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HIBBOLET
di Sonia Marconi - pubblicato il 22/10/07

Doris Salcedo è un’artista colombiana molto conosciuta soprattutto nel suo paese d’origine per la particolarità delle sue  opere d’arte. Esse infatti sono costituite da spazi studiati e gestiti con composizioni di sedie, armadi e vari pezzi di arredamento, attraverso la creazione di metodi di lavorazione di materiali speciali come i capelli umani.
Una delle sue opere d’arte è ora esposta a Londra nella Turbine Hall della Tate Modern. Il nome dell’opera è Shibboleth.
Si tratta di una lacerazione che attraversa il pavimento del pian terreno della struttura per la sua intera lunghezza.
È interessante notare che il nome dell’opera così come l’opera stessa, conducano l’utente a riferirsi, già di per sé, ad una idea di separazione. Shibboleth è, infatti, una parola inglese dalla pronuncia controversa che viene, per questo motivo, utilizzata per valutare l’area nazionale o internazionale di provenienza del parlante. A testimoniare il valore semantico del termine, contribuisce senz’altro la sua storia, strettamente legata ad una vicenda biblica del Libro dei Giudici, 12,5-6. In tale passo si racconta che, dopo un combattimento, i Galaaditi che volevano impedire la fuga ai loro nemici sopravvissuti, gli Efraimiti, inventarono uno stratagemma per riconoscere la vera provenienza degli uomini da salvare. Tutti coloro che cercavano di oltrepassare il fiume Giordano venivano esortati a pronunciare correttamente la parola shibboleth. Siccome nella loro parlata, gli efraimiti non erano in grado di pronunciare il fonema /sh/ (come in sciarpa), il test veniva ritenuto efficace: in caso negativo, l'interrogato veniva quindi individuato ed ucciso.
Stando ai critici che hanno studiato e amato anche le opere precedenti di Doris, sembrerebbe che quella lacerazione che lei ripropone così brutalmente nello spazio fisico dell’edificio, stia a ricordare le brutalità del colonialismo, la divisione tra ricchi e poveri, così come quella tra nord e sud del mondo. E sebbene tutto sia diviso di per sé, in realtà appare globalmente come connesso, cosicché dalla crepa non si vedono le fondamenta dell’edificio, ma le parti si avvicinano fino a quasi ricongiungersi, sorrette dalla rete in metallo. Secondo quanto riportato da Martin Herbert, per l’artista la lacerazione rivelerebbe “[a] colonial and imperial history [that] has been disregarded, marginalised or simply obliterated…the history of racism, running parallel to the story of modernity and…its untold dark side”.
La stessa Tate fa parte di un piano di armonizzazione multirazziale post-bellica commissionato non a caso nel 1947: momento di maggior affluenza degli immigrati delle giovani ex-colonie.

Per vedere la mostra: http://www.tate.org.uk/modern/

Spunti riflessivi di carattere semiotico-testologico

L’interpretazione dell’opera sembra essere legata ad un complesso insieme di elementi che, connessi nell’opera in svariati modi, ne entrano a far parte a tutti gli effetti. Un esempio è costituito dallo stesso edificio utilizzato per la rappresentazione. Esso non è stato naturalmente stato scelto casualmente o solo per motivi estetici e pratici, ma si lega profondamente alle ragioni storiche implicate nel significato che l’opera, secondo l’autrice, dovrebbe supportare.
La scelta del nome è, poi, decisamente esplicativa.
Eppure questi elementi non sono sempre evidenti ad un pubblico variegato come quello della Tate Modern e la comprensione dell’opera richiede uno sforzo non indifferente allo spettatore che, ignaro del processo di costruzione dell’edificio, ed anche del significato del nome dell’opera (è una parola considerata dai più “old-fashion”) si trova di fronte ad un enigma. Visitando il complesso, ci è sembrato che l’intenzione di superare l’ostacolo attraverso una massiccia dose di informazioni e volantini offerta all’interno della mostra, fosse legata strettamente al desiderio di considerare proprio tale materiale come guida di lettura al testo, più che la rielaborazione delle sensazioni offerte dalla visione dell’opera nel suo contesto. E la decisione di pilotare il percorso di lettura in modo così evidente, sembra davvero degno di nota.

Alcune questioni da approfondire

  • Cosa rende una manifestazione/espressione spaziale, un’opera d’arte?
  • Può il nome di un’opera essere più indicativo dell’opera stessa?
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