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E
RES LO QUE LEES
di Gianna Angelini – pubblicato il 31/10/07

Lo scorso agosto Guillermo Habacuc Vargas, artista costaricano, nativo di San José, propone alla Galeria Codice di Managua, in Nicaragua, l’Exposicisn N01. Si tratta di una performance, definita artistica dall’autore stesso, in cui un cane randagio, malato ed affamato, recuperato per strada da alcuni ragazzini pagati (10 csrdobas l’uno) per farlo, viene mostrato al pubblico incatenato in un angolo della galleria. Il titolo dell’esposizione, “ERES LO QUE LEES” (Sei ciò che leggi), composto per mezzo di cibo secco per cani, campeggia su una parete, al lato dell’animale. Senza cure e senza alimentazione, il tempo di sopportazione dell’animale, scandisce anche la durata reale della stessa esposizione. Essa durerà, infatti, un giorno, terminando nel momento in cui  viene decretata la morte del randagio (confermata da Marta Leonor Gonzales, redattrice del supplemento culturale La Prensa).
Attaccato da gruppi animalisti di tutto il mondo, che chiedono in primis che l’opera non venga mai più riproposta, ma, soprattutto, che l’artista non rappresenti, come invece è stato già deliberato, il suo Paese nella Biennale Centroamericana del 2008 in Honduras, Guillermo Vargas replica in maniera decisa. E scrive:
“Hello everyone. My name is Guillermo Habacuc Vargas. I am 50 years old and an artist. Recently, I have been critisized for my work titled “Eres lo que lees”, which features a dog named Nativity. The purpose of the work was not to cause any type of infliction on the poor, innocent creature, but rather to illustrate a point. In my home city of San Jose, Costa Rica, tens of thousands of stray dogs starve and die of illness each year in the streets and no one pays them a second thought. Now, if you publicly display one of these starving creatures, such as the case with Nativity, it creates a backlash that brings out a big of hypocrisy in all of us. Nativity was a very sick creature and would have died in the streets anyway” E aggiunge: “The important thing for me was the hypocrisy of people: an animal thus becomes the focus of attention when you put in a place where white people go to see art but not when they are on the street dying of hunger. The same happened to Natividad Canda, people were sensitized with him until the dog ate him. [...] Nobody came to free the dog nor give food or called the police. Nobody did anything. “

Spunti riflessiivi di carattere semiotico-testologico

Nel 1915 Marcel Duchamp conia il termine ready-made riferendosi al suo modo di fare arte, dando il via ad una delle operazioni maggiormente dissacratorie dei concetti tradizionali di arte. Tale appellativo, attribuito anche ad alcune delle sue opere precedenti (ad es. "Bicycle Wheel" del 1913, "Bottle Rack" del 1914), indica, dal punto di vista comunicativo, una azione semantica di portata del tutto straordinaria, permettendo il compimento, sull’oggetto, di un'operazione di spostamento del significato oggettivo, con conseguente attribuzione di nuova identità. Ciò significa che il semplice collocamento di un oggetto comune  in un contesto insolito ed inusuale (come una galleria o un museo), viene ritenuto sufficiente per elevarlo al rango d'opera d'arte. L’atto provocatorio mira a rompere definitivamente il concetto che vuole l’opera d'arte risultato di una attività intellettuale e manuale consapevole per affermare, invece,  il concetto che opera d’arte può essere qualsiasi cosa, che essa non può separarsi dalla vita reale, ma anzi deve confondersi con essa, mentre l'artista non si deve affermare per ciò che realizza manualmente, ma per l'idea che riesce a proporre.
Dopo circa un secolo Guillermo Habacuc Vargas radicalizza il concetto di de-contestualizzazione dell’opera sostituendo ad un oggetto di uso comune di carattere quotidiano, statico nella sua presentazione, un evento (sebbene di carattere moralmente, oltre che eticamente discutibile).Sebbene la ideazione e realizzazione di performance non siano di per sé novità in ambito artistico (penso al Wiener Aktionismus, o all’Happening già della fine degli anni ’50 del secolo scorso)  sicuramente l’idea di voler abbattere completamente le barriere tra la vita vera, nei suoi lati più abietti e il mondo dell’arte, rivela  la necessità di un mutamento, quanto meno, nei modi di approcciare lo studio stesso delle due realtà.
Nel giustificare la sua azione, Guillermo Vargas punta con forza sull’idea alla base della sua provocazione. L’opera vuole rappresentare uno ‘schiaffo’ all’ipocrisia del pubblico, che leva la propria voce di protesta solo se gli si prospetta un evento con un titolo, perché quando questo, invece, accade quotidianamente sotto i loro occhi, appare del tutto privo di qualsiasi interesse, degno solo della comune indifferenza (l’artista afferma, tra l’altro, che nessuno durante l’esecuzione abbia chiamato la polizia, o tentato di sfamare l’animale in nessun modo).
Indipendentemente dalle ragioni addotte (il cui stesso chiamarle tali suona di per sé contraddittorio) o dal fatto che l’evento sia realmente accaduto (alcuni parlano di una provocazione costruita – si perdoni il gioco di parole – ad arte), è giusto sottolineare come tali accadimenti spingano lo studioso ad interrogarsi sull’idea del confine del genere comunicativo dettato dalla mutevolezza della situazione comunicativa in cui esso viene prodotto/fruito.

Alcune questioni da approfondire:

  • Il ruolo della Situazione Comunicativa nel testo multimediale dinamico
  • I confini dell’arte
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